I Visconti, stirpe di serpenti

I Visconti, stirpe di serpenti

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Nel 1378, alla morte di Galeazzo II Visconti, Signore di Milano, gli succedette il figlio Gian Galeazzo. Come aveva fatto il padre, lui pure dovette gestire il potere con lo zio Bernabò. Gian Galeazzo era un ventisettenne vedovo della moglie e già padre di due figli. Agli occhi dello zio Bernabò egli era però ancora un ragazzino bisognoso di protezione e di guida. Lo zio si sentì così in dovere di accogliere il nipote nella propria famiglia. Il desiderio di Bernabò di legare a sé la sorte del nipote fu evidente anche dal fatto che gli diede in seconde nozze una delle sue dieci figlie, Caterina.

Un giovane pio e pauroso

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Nonostante l’affetto dimostratogli da Bernabò, Gian Galeazzo era talmente impaurito dalla famiglia dello zio, da temere per la propria vita. Giunse al punto di non uscire dal proprio palazzo in assenza di una ben fornita scorta armata, cosa che lo faceva sembrare debole e pauroso agli occhi dei cugini che non perdevano occasione di burlarsi della sua debolezza e dei suoi sospetti.

Alcuni storici lo descrivono come paranoico; e non c’è da stupirsi. Gian Galeazzo aveva anche fama di essere un cattolico devoto e mite, ma i fatti successivi rivelarono che teneva ben nascosta un’altra natura. Nel 1385 Gian Galeazzo era a Pavia quando annunciò che sarebbe partito per un pellegrinaggio e, dovendo passare da Milano, chiese allo zio di poterlo incontrare per un saluto. Bernabò, immaginando che si trattasse del tipico incontro tra parenti, si recò all’appuntamento accompagnato da due dei suoi figli senza armi né scorta.

Gian Galeazzo invece si presentò armato fino ai denti. Poiché aveva l’abitudine di girare accerchiato dalla sua ben sostenuta scorta armata, nessuno si insospettì nel vederlo apparire in mezzo a quel piccolo esercito solo per scambiare un semplice saluto tra consanguinei. In verità i baci ci furono, ma quelli di ‘Giuda’. Dopo i convenevoli, infatti, seguì il copione rivisitato del tradimento del Nazzareno.

Il tradimento di Gian Galeazzo

A un cenno di Gian Galeazzo la scorta aggredì e catturò lo zio e i due cugini. Li fece rinchiudere prima nel castello che suo padre aveva costruito presso Porta Giovia (e precursore del Castello Sforzesco), poi in quello di Trezzo che era stato costruito da Bernabò stesso. Molti dei suoi trenta cugini (tanti erano i figli di Bernabò tra legittimi e illegittimi), trovarono riparo dislocati nelle varie città presso le quali non mancavano i legami di parentela.

Di certo c’è che tutti, sudditi e parenti, smisero di ridere di Gian Galeazzo. Il pauroso e pio giovane fu abile nel fingere grande affetto per lo zio nutrendo nello stesso tempo scarsa fiducia nel parentado per muoversi in modo da potersi impadronire di tutta Milano e delle altre città governate da Bernabò.

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Gian Galeazzo giustifica il suo tradimento

Bernardino Corio, antico storico, scrive che in quel tempo fu cosa inaudita che un uomo da tutti temuto e onorato, fosse fatto prigioniero in una sola ora, e senza che nessuno intervenisse in suo aiuto, da un giovane timido e pio quale Gian Galeazzo. I milanesi sembravano assistere del tutto estranei a tali fatti fino a quando Gian Galeazzo non istituì un processo contro lo zio Bernabò per giustificare il suo atto come legittima difesa.

Sosteneva che lo zio stesse architettando per toglierlo di mezzo e spartire tutti i suoi beni tra i suoi numerosi figli. Stranamente s’istituì un processo contro colui che era semplicemente sospettato di aver pensato a un tradimento senza mai averlo realizzato, ma non contro chi in effetti il tradimento lo seppe concretizzare.

Un’altra accusa mossa contro Bernabò era che stesse governando in modo pessimo e si rischiasse un’insurrezione di popolo. A detta di Gian Galeazzo, alcuni gli avevano chiesto espressamente di prendere provvedimenti contro lo zio. In accordo con ciò, Bernardino Corio riporta che Bernabò aveva regnato per trent’anni con tale austerità che non solamente la Lombardia ma tutta l’Italia era impaurita da lui. Fatto sta che dal momento in cui fu istituito il processo, il popolo iniziò ad appassionarsi alle vicende dei Visconti nello stesso modo in cui oggigiorno i telespettatori si appassionano alle telenovele. Bernabò trascorse alcuni mesi di rabbiosa prigionia; quando poi i milanesi iniziarono a dimenticarsi di lui, dopo pochi mesi, per prudenza, fu ucciso secondo l’usanza del tempo: avvelenato con una ciotola di fagioli.

Aveva sessantasei anni e secondo il Corio morì chiedendo perdono dei suoi precedenti peccati. Il nipote Gian Galeazzo non mancò di organizzare per lui sontuosi funerali.

Il traditore diviene un sovrano stimato

Nonostante il suo dubbio modo di agire, Gian Galeazzo fu benvoluto sia dal popolo sia dai suoi soldati ai quali permise di saccheggiare i beni dello zio. Naturalmente non fu per nulla benvoluto dal nuvolo di eredi di Bernabò che fremevano dalla voglia di dimostrarglielo; per tale motivo Gian Galeazzo non si sentì mai pienamente tranquillo.

Finalmente, la presenza di una scorta armata fino ai denti trovava una motivazione valida. Per godere di un po’ di sicurezza cercò di avvicinarsi alla Francia, promettendo al duca Luigi d’Orléans, fratello del re, la mano di sua figlia Valentina, fatto che ebbe notevoli conseguenze per Milano.

Il Duomo di Milano nasce da un rimorso di coscienza

Nel 1386, non si sa bene se per devozione religiosa, per quietare la propria coscienza, oppure per distrarre i milanesi dal ricordo di Bernabò, Gian Galeazzo diede il via all’edificazione del sontuoso Duomo di Milano, un progetto la cui piena realizzazione richiese ben 500 anni. E ce ne sarebbero voluti anche di più, se la gran quantità di materiali necessari per l’edificazione fosse stata trasportata esclusivamente attraverso le polverose strade di terra battuta della città e non attraverso le vie d’acqua. Alcuni link da consultare:
Gocciadinchiostro.wordpress.com,
Libro/storia-e-filosofia/all’ombra del castello

Sono nata a Vibo Valentia il 18 gennaio 1963 ma vivo e lavoro a Milano. Sono autrice di vari saggi storici e romanzi a sfondo storico. Tra questi: Pedine di un gioco contraffatto; Messer Cicco milanese eccellentissimo; La sindrome di Stoccolma; Dea di seduzione; Benvenuta a Milano, un intreccio di voyeurismo, amore, antichi castelli e vie d’acqua.

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