Il fondatore della dinastia degli Sforza. Un uomo la cui morte non...

Il fondatore della dinastia degli Sforza. Un uomo la cui morte non fu degna della gloria con cui visse

castello-sforzesco-324x190 Il fondatore della dinastia degli Sforza. Un uomo la cui morte non fu degna della gloria con cui visse Cultura   Forse non tutti sanno che il primitivo nome degli antichi duchi di Milano non era Sforza ma Attendolo. Il fondatore della dinastia fu un romagnolo: Giacomuzzo Attendolo, detto più semplicemente Muzzo o Muzio. Per quanto allora il nome potesse essere in voga, non ispirava certo un pensiero di virilità; cosa che lascia intendere che i suoi genitori non sognassero per lui una carriera militare. Eppure, Giacomuzzo seppe farsi molto onore sui campi di battaglia, facendo probabilmente passare a chicchessia la voglia di schernirlo; soprattutto ai suoi nemici, ai quali, al solo udire il suo nome, tremavano i denti.

Grazie a Giacomuzzo, quella degli Attendolo divenne una dinastia di condottieri militari, altrimenti detti capitani di ventura, a capo di un esercito di mercenari. Tale struttura militare era a metà strada tra l’antica cavalleria e il moderno esercito. Poiché i capitani di ventura prestavano la propria esperienza e il proprio esercito dietro compenso, ed essendo Giacomuzzo divenuto abilissimo nell’arte della guerra, non tardò ad accrescere notevolmente i propri possedimenti; mentre la sua fama raggiunse ogni angolo della penisola.

Capitani di ventura e matrimoni

In realtà, gran parte della fortuna accumulata da Giacomuzzo, non dipendeva direttamente dall’abilità dimostrata con le armi, ma da un’attività assai meno rischiosa: i matrimoni ben combinati. Questo tipo di attività, a ben giudicare, era sì poco rischiosa per Giacomuzzo, ma non per le sue mogli, la cui vita si concludeva sempre con una morte precoce e un lascito assai cospicuo.

In ogni caso, il modo in cui terminò la vita di Giacomuzzo Attendolo, non fu degno della gloria con cui visse; salvo il fatto che cercò di compiere un’opera di bene. E’ certo che morì nel 1424, annegando nel fiume Pescara. Se poi sia vero che sia annegato mentre cercava di salvare un valletto che rischiava d’essere trascinato via dalla corrente durante un guado, oppure il fatto sia stato arricchito per dare una morte più degna alla vita del famoso condottiero, non è possibile saperlo.

Ammesso dunque che le cronache del tempo non abbiano mentito sul suo conto, il valoroso condottiero militare si trovava nel bel mezzo del fiume quando sentì il ragazzo urlare aiuto. Essendo a cavallo, gli allungò il braccio sporgendosi di sella, ma il suo cavallo, addestrato alla battaglia e non al guado dei fiumi, rinculò e scivolò sul fondo viscido. Lui e il cavallo caddero insieme; Giacomuzzo fu sbalzato di sella e, appesantito com’era dall’armatura, e forse anche dal cavallo che gli cadde sopra, affondò trascinato dalla corrente.

Scalzamacca, il cavallo

Poiché in quel tempo il cavallo costituiva un ottimo investimento, soprattutto per gli uomini di guerra, la storia ufficiale si preoccupa di farci pervenire alcuni particolari che riguardano il cavallo: si chiamava Scalzamacca e si salvò dalle acque. Nulla però ci tramanda del giovane valletto: né il nome, né la sua sorte. Riguardo al condottiero militare, fu una vera sfortuna per lui morire annegato durante il guado di un fiume sotto il peso di chi lo aveva sempre portato fieramente in groppa facendogli attraversare indenne i fiumi di sangue che scorrevano sui campi di battaglia!

Essendo la spada prestata a pagamento un’ottima occasione per far carriera, Giacomuzzo l’aveva fatta intraprendere anche al suo primogenito Francesco e ad altri tra i suoi figli. Francesco, che era nato da un’amante, ma che ebbe il riconoscimento di figlio legittimo grazie a una concessione particolare della regina Giovanna di Napoli, aveva iniziato ad apprendere l’arte della guerra a dodici anni, e quando il padre morì, quale primogenito, ebbe molto più degli altri: ereditò il suo esercito. Cosa che equivarrebbe a ereditare oggigiorno una solida azienda di famiglia. E non solo: ereditò anche il soprannome di ‘Sforza’ che era appartenuto a Giacomuzzo suo padre.

Come Francesco Attendolo divenne Francesco Sforza

L’origine del soprannome è incerto. Si suppone che voglia dire ‘forte’ oppure ‘sforzo’, ma la storia non ci ha tramandato il motivo esatto per cui Giacomuzzo fu soprannominato Sforza. Alcuni suppongono che si sia guadagnato tale soprannome per la sua prestanza fisica. Secondo altri invece il soprannome avrebbe origini meno nobili: gli fu dato dalla ‘forza’ con cui reclamava bottini maggiori di quanto gli spettasse. Secondo altri ancora il soprannome deriverebbe dalla forza di carattere. C’è da pensare, comunque, che il soprannome gli sia stato attribuito in senso positivo, considerato il fatto che il figlio Francesco non se ne sbarazzò dopo la sua morte.

Anzi, con un apposito decreto, fu concesso a Francesco di assumere il soprannome quale cognome effettivo. Francesco Attendolo divenne così Francesco Sforza. Col tempo si dimostrò valoroso in battaglia proprio come lo era stato suo padre, e il nome degli Sforza scrisse buona parte della storia di Milano.
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Sono nata a Vibo Valentia il 18 gennaio 1963 ma vivo e lavoro a Milano. Sono autrice di vari saggi storici e romanzi a sfondo storico. Tra questi: Pedine di un gioco contraffatto; Messer Cicco milanese eccellentissimo; La sindrome di Stoccolma; Dea di seduzione; Benvenuta a Milano, un intreccio di voyeurismo, amore, antichi castelli e vie d’acqua.

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