Davide Cisterna. Incontro con l’estinzione

Davide Cisterna. Incontro con l’estinzione

 

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L’Istituto Italiano di Fotografia ospita la mostra fotografica Incontro con l’estinzione di Davide Cisterna e curata da Sanni Agostinelli. Il giovane autore racconta attraverso un taglio naturalistico il suo viaggio in Uganda alla scoperta del gorilla di montagna una razza ormai in via di estinzione.
Abbiamo incontrato l’autore:

Vorresti raccontarci la tua formazione da fotografo?

Ho iniziato a fotografare tanti anni fa e proseguito come autodidatta. Ho letto molti forum, libri di fotografia e soprattutto tanta pratica. Conoscere fotografi più esperti mi ha aiutato a correggere determinati errori e con il tempo e la pratica sono migliorato. Lo scorso anno ho frequentato l’ultimo anno del corso serale di fotografia dove ho imparato a disciplinato i concetti e ciò che sta dietro lo scatto.

Come ti sei approcciato alla fotografia naturalistica?

Sembrerà una frase fatta ma fin da piccolo ho scattato foto naturalistiche in particolare paesaggi. Rubavo la videocamera ai miei genitori e registravo tutto ciò che mi stava intorno. Da lì è stato un interesse sempre più crescente che mi ha portato a sviluppare dei temi particolari fino alla mostra a cui ho lavorato tanto e che riguarda l’estinzione.

Vuoi parlarmi della mostra di questa sera?

La mostra vede protagonista il gorilla di montagna e in particolare si focalizza sull’estinzione di questa specie: sono rimasti ormai solo 880 esemplari. Inevitabilmente il tema verterà anche sui cambiamenti che sta subendo il nostro pianeta a causa dell’intervento umano.

Come sei arrivato al gorilla di montagna?

Mi ha sempre affascinato lo sguardo del gorilla perché somiglia molto allo sguardo umano. Sentivo la necessità di relazionarmi con loro e comprendere cosa si prova quando ci si trova davanti a qualcosa che ti somiglia. Questo è stato il mio primo viaggio in Africa. È stato un viaggio stupendo anche se i parchi, in Uganda, non sono provvisti di percorsi turistici e quindi anche il movimento al loro interno è molto limitato. Non è possibile avvicinarsi agli animali e poterli fotografare è stato veramente difficoltoso.

Com’è stato approcciarsi direttamente con gli animali?

Ho sentito la sensibilità della natura avvolgermi e sono immediatamente entrato empatia con i gorilla. Sono attratto dalla natura in generale e dagli animali in particolare. Mi piace osservarli, vedere i loro comportamenti, godere della natura in tutta la sua perfezione. Spesso ci sono i ranger che ti accompagnano e ti guidano nella ricerca ma a volte è necessario aspettare anche lunghe ore. Il segreto e la soddisfazione della fotografia naturalistica sta anche nel sapere attendere.

Ci sono degli aneddoti particolari che sono successi durante il tuo viaggio?

Ci sono stati molti eventi ma in particolare ricordo che stavamo compiendo il classico giro nell’Elisabeth National Park e improvvisamente il nostro ranger ha preso un fuoripista e ci siamo trovati di fronte una scena molto rara ovvero l’insegnamento di una caccia fatta da una leonessa nei confronti dei suoi piccoli. È stato emozionante perché abbiamo rincorso il leone che cacciava un cucciolo di gazzella e in un attimo la ha afferrata e successivamente consegnata ai suoi piccoli. Sembrava di vivere in una scena teatrale, noi al centro e intorno c’era la natura che ci osservava. Il fulcro era il leone che cacciava ma noi la stavamo seguendo e intorno c’erano tante mandrie di animali: gazzelle, zebre, ferme che ci osservavano.

Quanto tempo è durato il tuo viaggio?

Due settimane. Sono partito a metà dicembre e sono ritornato la prima settimana di gennaio.

Hai dei nuovi progetti che vuoi realizzare? Quali?

Grazie alla giornalista de La Stampa Elisabetta Corrà sono stato coinvolto in un progetto che riguarda il parco del Kgalagadi che si trova tra il Botswana e il Sudafrica e in questo parco vivono gli ultimi 100 leoni del Kgalagadi, una specie molto particolare. Partiremo il 7 luglio e stiamo avviando una campagna fondi anche attraverso la mostra di questa sera per poter realizzare una nuova spedizione.
L’obiettivo finale è quello di poter, tramite le immagini, cercare di sensibilizzare le persone.

Intervista a Elisabetta Corrà

Abbiamo intervistato Elisabetta Corrà giornalista free lance de La Stampa di Torino. Dal 2013 si occupa proprio di seguire e approfondire l’estinzione per il suo giornale. Dal 2015 sta sviluppando un progetto personale di racconto sulla scomparsa della biodiversità dal titolo Tracking Extinctions. Ha già scritto una prima parte di questo progetto in Asia, Thailandia e Vietnam pubblicato da La stampa già dal 2016. Insieme a Davide il 7 Luglio proverà a scrivere il nuovo capitolo africano.

Cosa la muove ad andare in Africa e ad affrontare queste tematiche?

La tematica dell’estinzione credo che sia la questione più grossa del nostro secolo. Come hanno detto molti ecologi come Rodolfo Dirzo’s della Stanford addirittura l’estinzione è più importante del cambiamento climatico. Noi rischiamo entro questo secolo di perdere una specie come il leone africano. È una tematica molto complessa che coinvolgi aspetti sia ecologici che antropologici del nostro mondo e che sono intimamente connesse alla nostra civiltà. La civiltà umana per come si è configurata, a partire dalla rivoluzione industriale, ha un bisogno illimitato di risorse. Tali risorse richiedono spazio e lo spazio viene sottratto a tutte le altre specie. Ci troviamo in una condizione di collasso della biodiversità che viene definita sesta estinzione di massa.

Il nostro pianeta a partire dal permiano ha conosciuto cinque grandi estinzioni di massa che hanno drasticamente iscritto il pamphlet della nostra vita qui sulla terra; la più famosa è quella che alla fine del triassico ha spazzato via i dinosauri. La sesta estinzione di massa è interamente causata dall’uomo dove si rischia di finire l’epoca dei mammiferi perché ormai sulla terra ci sono tanti mammiferi di grossa taglia allevati più di quanto ce ne siano selvatici. Alcuni degli animali fotografati da Davide in Uganda, come ad esempio l’elefante, sono in una contrazione numerica tale per cui anche se si dovesse fermare il bracconaggio probabilmente la specie avrebbe grosse difficoltà a superare questo secolo. Sono notizie conosciute poco al grande pubblico. Il motivo per cui volevo andare in Africa e cercavo un fotografo è perché il Kgalagadi ha un parco nazionale quasi unico. È stato classificato da James Allan della University of Queensland come unica wilderness di tutta l’area dell’Africa del sud dove vivono 100 leoni diversi rispetto alle altre specie.

Quali sono secondo lei le maggiori cause dell’estinzione?

La demografia umana. Noi su questo pianeta siamo ormai sette miliardi e mezzo. L’ecologo Paul Ehrlich a partire dagli anni ’70 scrisse il libro scandalo la Bomba Demografica dove sosteneva che l’unico antidoto contro la fine dell’umanità sono gli anticoncezionali. Questo perché il pianeta come ogni ecosistema ha una capacità di carico cioè può sostenere in maniera decente solo un certo numero di esseri viventi. Poul Ehrlich e il suo gruppo hanno calcolato che su questo pianeta potrebbero vivere decentemente tre miliardi e mezzo di persone e noi siamo più del doppio. Questo ci dà la cifra della nostra pressione sul nostro pianeta. Pressione vuol dire spazio, vuol dire terra per l’agricoltura, acqua da bere, combustibili fossili da bruciare per ricavarne energia. Piero Visconti che lavora per la University College di Londra dice: sono le abitudini di ogni giorno che creano lo spazio per la natura selvaggia. Non bastano i parchi nazionali ogni gesto che facciamo che implica un certo numero di risorse e che sottrae terra da coltivare, da arare, da convertire agli animali.

È lo stile di vita occidentale che influisce su tale fenomeno? In tal caso ci sono delle soluzioni che si possono adottare?

La più importante e meno gettonata è la pillola anticoncezionale e la seconda è vivere nella maniera più parca possibile. Si è discusso tantissimo sul concetto di decrescita soprattutto in ambito economico grazie a Serge Latouche. Oggi quello che vediamo succedere nel nostro paese anche nella cronaca politica ci dice che è urgente un discorso non solo sulla ricchezza in termini di equità sociale ma anche sul significato stesso della ricchezza. Se vogliamo che le nostre vite siano ricche di significato perché hanno tanti oggetti oppure perché sono ricche di emozioni e di sentimenti e di valori. Prima di venire qui mi sono fermata un attimo al parco che c’è qui di fronte l’istituto di fotografia e c’era un anziano che leggeva un libro sereno sulla panchina. Ad un certo punto sono venuti dei suoi amici e lo hanno salutato. Ecco queste sono le ricchezze inestimabili della vita e di cui noi ci siamo completamente dimenticati a costo di entrare nella sesta estinzione di massa cioè in un collasso globale. Il Kgalagadi con i sui cento leoni ci ricorda non solo come vorremmo l’Africa per sempre ma che cosa è questa dimensione culturale, psicologica e naturale che chiamiamo wilderness. La wilderness è questo spazio in cui la vita esiste; un habitat selvaggio in cui le faune possono spostarsi durante il passaggio dalla stagione secca alla stagione umida seguendo le proprie rotte migratorie. Uno spazio in cui la percezione del ritmo della vita e del nostro ritmo interno, del nostro appartenere a questo pianeta. Il leone mi interessa così tanto perché è il predatore di vertice del continente africano. I leoni un secolo fa erano ovunque in Africa e noi in un secolo abbiamo completamente perso il 90% della specie.  Se le cose non cambiano entro il secolo lo avremmo perduto. C’è solo un posto in Africa dove ancora si può vedere il leone capace di adattarsi ad un’ambiente semi desertico ed è il Kgalagadi ed è per questo che voglio raccontarlo per il mio giornale.

Avete intenzione di raccogliere fondi per le vostre spedizioni?

Abbiamo avviato una campagna di raccolta fondi dal basso e il titolo del progetto è Trackin extinsion lions Kgalagadi dove chiunque può entrare e sostenere la mia idea di giornalismo ambientale e la fotografia naturalistica di Davide.

Angelo Anzalone
Angelo Anzalone (1989). É nato a Canicattì (AG) ma è da sempre cresciuto a San Cataldo, un piccolo paese in provincia di Caltanissetta. Dopo una prima formazione liceale scientifica matura la necessità di approfondire gli studi umanistici iscrivendosi alla Facoltà di Lettere e Filosofie dell’università di Catania. Durante un laboratorio di fotografia sperimentale incontra la fotografia e decide di impegnarsi nella ricerca fotografica come documentazione autoriale. Alla fine del suo percorso accademico dedica la sua tesi di laurea alla filosofia della fotografia. In quella occasione conosce Nino Migliori e Letizia Battaglia. Attualmente studia e lavora come assistente-tutor presso l’Istituto Italiano di Fotografia di Milano e collabora con la rivista online Zoom.

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