Facebook, il “datagate” e Cambridge Analytica

Facebook, il “datagate” e Cambridge Analytica

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Milano – Lo scandalo che ha investito nel fine settimana Facebook e che ha coinvolto 50 milioni di utenti ha fatto il giro del mondo in pochissimo tempo. I dati che Cambridge Analytica ha ottenuto, valgono per Facebook un tonfo verticale in borsa, con più di sette punti percentuali persi.

Datagate?

Partiamo dal principio però. Il New York Times e il Guardian hanno, nei giorni scorsi, pubblicato vari articoli in cui denunciavano un’appropriazione indebita da parte della società Cambridge Analytica di dati sensibili tramite l’utilizzo dell’applicazione “Thisisyourdigitailife”, sviluppata dal ricercatore Aleksandr Kogan e funzionante grazie ai dati di sicurezza di Facebook. Tale applicazione nacque nel 2015, quando il sito di Zuckerberg permetteva ancora l’accesso a vari dati del social network alle applicazioni che utilizzavano Facebook login per la registrazione degli utenti. Dunque cos’è successo? L’applicazione di Kogan avrebbe, dal 2015, raccolto dati sensibili su più di 50 milioni di utenti (stima controversa) rivendendoli poi a Cambridge Analytica.

Cambridge Analytica

La compagnia Inglese, fondata nel 2013 dal miliardario di estrema destra Robert Mercer, crea tramite i dati raccolti una serie di profili personali dei singoli utenti per generare pubblicità e inserzioni ad hoc grazie allo studio dei “mi piace”, dei luoghi dove si è stati e alle foto condivise. Un gioco pericoloso, che nel caso di Cambridge Analytica si fa ancora più serio. Ogni giorno, navigando in internet lasciamo indicazioni riguardo i nostri interessi, le nostre attività e i nostri desideri. Tale mole di informazioni viene così reindirizzata a società di raccolta dati che generano profili personali sotto forma di dati anonimi. Questo con Cambridge Analytica sembra essere sorpassato, arrivando a creare profili personali per le singole utenze inserite nei propri database.  Il modello creato dalla compagnia inglese è indirizzato alla previsione e all’anticipazione delle risposte degli utenti, fornendo in pratica inserzioni personalizzate che vengono visualizzate non solo sul social network ma anche durante le navigazioni online.

Facebook

In tutto questo Facebook però c’entra relativamente. Tre anni fa, quando l’app di Kogan venne messa sul mercato, la condivisione di dati tramite il Facebook Login era consentita. Solo in seguito Facebook, rivedendo le proprie politiche sulla privacy ha deciso di non rendere più accessibili i dati sugli “amici” degli utenti collegati con applicazioni esterne a Facebook. Il processo sembra complicato, ma in fondo è lineare: un’applicazione alla quale si accede attraverso il Facebook login ha avuto accesso fino al 2017 a tutta una serie di dati personali dell’utente (inseriti nelle condizioni d’uso di Facebook) e ad altri dati legati agli “amici” degli utenti stessi. Fino a quando Facebook non ha cambiato la propria politica a riguardo non vi era nulla di strano in tale pratica, diverso quando Kogan ha iniziato a condividere i dati raccolti con Cambridge Analytica andando contro il divieto di Facebook di concessione dei propri dati a terzi.

Il problema

Ora tutto il mondo chiede chiarezza: a Facebook perché informato dei fatti da circa due anni secondo la fonte del Guardian, e a Cambridge Analytica, la quale sembra essere invischiata nella campagna elettorale di Trump così come nella battaglia per la Brexit del 2017. I dati raccolti dalla compagnia inglese sarebbero stati usati per screditare Hilary Clinton nel corso della campagna elettorale del 2016 e per fomentare l’uscita dall’Unione Europea da parte della Gran Bretagna l’anno successivo.  Come questi dati possono servire a tali scopi politici? Grazie alla creazione di profili personali riguardanti gli utenti analizzati si è impostata una campagna mediatica sui Social Network mirata ad ottenere determinati risultati. Nell’attesa di conoscere gli sviluppi di una vicenda quanto mai complessa, ci limitiamo a riportare fatti e protagonisti di quello che ha tutta l’aria di poter diventare il caso dell’anno.

Simone Mannarino
Laureando alla statale di Milano e aspirante giornalista ricerca un approccio diverso ai fatti e ai contesti in cui si sviluppano. Innamorato del calcio e dello sport in generale.