Nan Goldin, The Ballad of Sexual Dependency

Nan Goldin, The Ballad of Sexual Dependency

Resta solo una settimana per assistere alla proiezione fotografica di Nan Goldin, allestita alla Triennale fino al 26 novembre e per la prima volta in Italia. The Ballad of Sexual Dependency è un’opera unica, in scena dal 1979 è un work in progress in continua evoluzione e, dalle iniziali performance della fotografa nei pub newyorkesi ad oggi, mantiene il primato di genere e indubbia fama mondiale. La fotografia di Nan Goldin va infatti oltre la messa a fuoco: scatti in apparenza semplici fino a sembrare casuali e per questo tanto profondi, fermo-immagine di frammenti privati, dell’artista stessa e dei suoi compagni di vita, spesso drammatici nella loro disarmante crudezza.

Quarantadue minuti di proiezione per un totale di circa 700 immagini, raggruppate per tema ed accompagnate da una colonna sonora perfetta nello spaziare tra i generi, tracklist delle serate dell’artista e dei suoi amici. Una visione coinvolgente, dall’impatto forte che sulla voce e sulle note di Nico e dei Velvet Underground, per fare un esempio, suscita la pelle d’oca a chiunque, indipendentemente dalla generazione d’appartenenza. Gli anni Settanta e Ottanta sono dipinti nella loro essenzialità, insieme ai simboli di quell’epoca e alle esperienze personali di Nan Goldin. New York, Boston e Berlino, le città che hanno fatto da scenografia alla giovinezza della fotografa trascorsa con una famiglia fatta di amici e amanti. La fotografa sceglie loro come protagonisti, che si avvicendano sullo schermo come tra le pagine di un diario sfogliato tutto d’un fiato e si stagliano sullo sfondo della rivoluzione sessuale, sociale e musicale.

Sesso, droga, rock’n’roll & fotografia

Il giallo della copertina di Never Mind The Bollocks dei Sex Pistols spicca da pile di dischi su pavimenti ricoperti di vestiti, lattine, mozziconi, lenzuola stropicciate. E ancora locali notturni, abiti sgargianti, a fiori e in pelle, balli scombinati, pettinature cotonate e teste scarmigliate, visi colti di striscio, che si scrutano in occhi e in specchi grandi come le anime che Nan Goldin fa emergere in modo palpabile attraverso il suo obbiettivo. Uomini e donne sono messi a nudo nel vero senso della parola. La nudità esibita, del corpo e dello spirito, è immortalata in abbracci sfuggenti e struggenti, amplessi, ricongiungimenti, attimi quotidiani, intimi, imperfetti e proprio per questo di forte intensità. Tra le foto più note c’è quella che la ritrae un mese dopo essere stata picchiata dal suo compagno, ma è solo un tassello del puzzle umano e del malinconico realismo d’insieme.

Le immagini scorrono come il tempo, fino alla rappresentazione diretta della morte. Esistenze scandite attraverso corpi consunti ed emaciati dalla droga, dall’alcool, dall’amore, dalla violenza, dall’aids. Lividi evidenti e lacrime trattenute, vite consumate in eterne sigarette e sguardi sospesi verso un orizzonte che finisce dentro di sé; ma anche corpi riconfortati da abbracci e da sorrisi, vite ricostruite attraverso matrimoni, maternità e ritrovamenti. Paesaggi vuoti o indistintamente sovraffollati per anime chiuse in un vivere comune fatto di amicizia, di dissolutezza e spesso di tossicodipendenza, una scelta alternativa ad una società rifiutata in nome della libertà. Stanze e individui degradati dai vizi, dal dolore, dalla nostalgia e da una condizione in bilico tra disagio ed emancipazione, al limite di varcare il confine opposto e sfociare nell’emarginazione.

“Non eravamo emarginati, eravamo noi a emarginare la società. Vivevamo la nostra vita come la volevamo vivere in quel momento”, le parole di Nan Goldin spiegano la fuga al conformismo che emerge dalla ballata, divenuta un vero e proprio documento di quegli anni, ma anche quel graffio che la performance stessa ancora rappresenta nel mondo estetico e patinato della fotografia convenzionale.